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<p>I DOCUMENTO: Il romanzo è ambientato in Wisconsin, nel periodo della grande migrazione verso l’ovest. La trama è western, ma nell’ambito dell’emigrazione italiana, con alcune situazioni che anticipano in modo sorprendente un notissimo film americano del 1990. Protagonista è un emigrato italiano della bassa pavese (la terra di Brera), Giovanni (Joe) Brambilla, detto Bomba, che si ritrova con altri coloni in una sparatoria tra indiani locali e truppe yankees. Rimasto quasi illeso ma solo, riesce a soccorrere e salvare un vecchio capo indiano gravemente ferito, che lo introduce nella tribù, dove Joe si accasa fino a diventare membro della comunità, sposando una ragazza nativa, da cui avrà una figlia. Recatosi nella vicina Green Lake City per fare acquisti, perde drammaticamente famiglia e amici della tribù in un attacco yankee. Distrutto dal dolore, si consola con il whisky e comincia una nuova vita in città. Alterne vicende lo portano ad adottare un’altra figlia, di origine ispanica, e ad incontrare alcuni emigranti italiani. Non raccontiamo il finale, ricordando solo che il protagonista e i nuovi amici emigranti hanno un gran desiderio di tornare in Italia. Dice Giovanni (Joe) Brambilla nelle ultime pagine: chi crede nemica la propria terra, non può trovare di meglio altrove, l’ho capito troppo tardi. Gianni Brera riprenderà i personaggi del padano Brambilla e della ragazza indiana nel romanzo Brambilla e la squaw pubblicato postumo nel 2012. Nella nuova narrazione il protagonista cambierà nome da Giovanni a Carlo, medico mazziniano emigrato nel Missouri (anziché Wiscounsin), che vivrà felicemente in una tribù indiana ed avrà una storia d’amore con una bella nativa. II DOCUMENTO: Lettera di Brera inviata al Carissimo Vecio (Antonio Baldini Rualis) datata 5 agosto 1945. Dattiloscritto a inchiostro nero, con note e firma autografe. Accorata missiva di argomento politico e familiare che racconta del periodo partigiano e dell’arrivo in Gazzetta: <em>Carissimo Vecio, […] So che stai bene, che hai buoni propositi di lavoro […] comunque, grandi spaghi a Pavia, con gente che mi voleva far la pelle ogni giorno: ceffi di galera in portineria al giornale: fascisti estremisti che friggevano […] Scappai in giugno: Svizzera: poi in settembre il P.C. mi mandò in Italia (Ossola) a far il partigiano. Fui aiutante maggiore di una brigata garibaldina, che dopo la rioccupazione condussi in montagna […] io scesi a Milano, a veder mio figlio. Ed era morto due giorni prima! Poi morì mio padre, e la famiglia si sfasciò definitivamente […] Bruno Roghi, della Gazzetta, mi ha offerto un posto: incomincerei a settembre: sono anzi già assunto: vivrei: e avrei tempo di non perder…tempo a fare il giornalista. Ti confesso (e sia detto tra noi) che dopo le esperienze pavesi non ho affatto voglia di interessarmi ancora alla politica. Al diavolo tutti. Questo è un paese dannato […] sarò buon comunista in tutto quello che scriverò, se saprò scrivere. Ma in un giornale a dir corbellerie, mai più […] Voglio vivere cinque anni bene e non più perdendo tempo per il panino. Ricomincerò dai racconti che tu mi facevi scrivere, con qualche callo in più sull’indice, ma con lo stesso spirito. Che ne</em> <em>dici? Meglio del giornalismo, per questi tempi, va l’editoria e tu saresti l’uomo tecnico adatto a far fiorire qualsiasi impresa del genere […] Ti abbraccio Gianni.</em> Nell’altra lettera ad Antonio Baldini Rualis, datata 18 settembre 1945 si legge un amaro sfogo scritto da Brera nei difficili anni del primo dopoguerra: <em>Caro Vecio, […] Io ti voglio bene ad onta di quanto possano pensare […] Perché non sai fare del male come non so farlo io. Bisogna uscire da una parentesi nera due volte, che ci ha rovinato nervi e i stroncato un po’ di tutto. Bisogna aggrapparsi a quello che ci rimane e chinare il capo ad ariete: Poi si tornerà a respirare: quando si potrà lavorare bene […] Io, come vedi, sono diventato gazzettiano, un lavoro così così. Da impiegato, un tantino, ma me ne fotto. Il panino, oggi. E quando avrò una casa con qualcosa in più d’un tavolo prestatomi da un collega e delle sedie di vimini […] mi dedicherò a un lavoro privato un po’ più serio. Ora campo. Unico lavoro serio fatto: traduzione di Molière: Misantropo, Tartufo, Avaro. E una prefazione di 40 pagine […] Stop. Romanzettacci inutili poi, per i quattrini. Ma mi sono fermato. Scriverò, se scriverò, sul serio […] Un caro abbraccio Gianni</em>. Nella lettera di Antonio Baldini Rualis si legge: <em>[…] Perché ho visto in tutta la tua azione, da quella svolta al Popolo a quella di cui mi rendi edotto con la tua del 5 di questo mese, una dirittura, un cuore, una sincerità che purtroppo mancano al 999 per mille degli uomini di oggi.</em> Seguono accenni ai propositi editoriali in veneto, al desiderio di tornare a lavorare insieme, alle condoglianze per le disgrazie familiari subite da Brera.</p>