

49
<p>Lunga lettera ricca di spunti e riflessioni personali. La sintetica efficacia della frase: "scrissi mescendo ai miei inchiostri il tossico della malaria" ricorda lo stile dei più celebri motti dannunziani. "Caro compagno e patrono, il nostro Alfredo Felici – che io so come difende le cause ideali e con qual pugno fermo tratti quel che voi chiamate realtà – mi parla di un audace tentativo e di una graziosa dimanda dell’attore Febo Mari, a proposito di un mio remotissimo racconto ch’io scrissi mescendo ai miei inchiostri il tossico della malaria. Ero volontario di cavalleria e avevo preso le febbri a Campagnano sotto la tenda. Di Febo Mari conosco da tempo il nobile ingegno e il buon gusto. Per ciò penso che io debba consentire senza dubbii penosi alla sua dimanda […] Ma per quali modi l’attore vive e fa vivere il miserando mio fantasmà Rinnovella solo una narrazione “drammatica”? O trasmuta in dramma improvviso il racconto? Questo vorrei sapere. Nel primo caso il mio consenso è intiero. Nel secondo, mi occorre conoscere la trasmutazione scritta; e in ogni caso repugno a lasciar trarre un dramma da una mia qualunque invenzione […] Saluti Roberto Davanzati. Vi abbraccio. 28 ott. 1932 Gabriele d’Annunzio".</p>