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di confronto G. Lizzani, Il mobile romano, Milano 1970, pp. 133-134 A. González-Palacios, Arredi e ornamenti alla corte di Roma. 1560-1795, Milano 2004, pp. 184-185 Questa tipologia di mobile, la cui ispirazione è da ritrovarsi in modelli anglo-olandesi, conosce una grande fortuna in tutta Italia nel corso del Settecento ed è nota a Roma con il nome di burò, come riportano alcuni inventari quali quelli del cardinale Silvio Valenti Gonzaga, del 1756, e del ministro portoghese Emanuele Pereira de Sampajo, del 1750; un mobile, il burò a due pezzi, che non poteva mancare in un palazzo patrizio romano nel Settecento. Il modello qui proposto trova diversi confronti con esemplari del tempo, in particolare con un mobile conservato a Palazzo Sacchetti con il quale condivide sia l’impianto architettonico, con i due sportelli centinati e il coronamento mistilineo a inquadrare uno specchio più piccolo in alto, unitamente alle mensole angolari e al corpo inferiore spezzato da un gioco di incavi, bombature e spigoli, sia l’impianto decorativo, con tarsie a motivi fitomorfi e nastri intrecciati realizzate giocando sul contrasto tra il legno scuro del fondo e l’acero, noto come giallo angiolino, degli intarsi.