

63
- Napoli, marchese Francesco Taccone di Sitizano. Il dipinto è accompagnato da uno studio di Miriam Di Penta. "Ignoto agli studi al momento della stesura della monografia, il presente dipinto è riemerso nel 2017 presso Christie’s a Londra, dov’era genericamente attribuito alla scuola napoletana. Per quanto la tela fosse coperta da uno spesso strato di sporco che ne comprometteva la lettura, se ne potevano già intuire l’elevata qualità e l’ottimo stato di conservazione, come anche la paternità dell’artista, confermata con certezza a restauro avvenuto. L’impaginato sontuoso di sapore antiquario, la brillantezza dei colori, la modalità di descrivere il colonnato corinzio, come le caratteristiche fisionomie e gestualità dei personaggi, la vegetazione e persino le striature del cielo mosso da nubi leggere e veloci, sono infatti quelli tipici di Andrea De Leone nell’ultima fase della carriera, successiva alla terribile peste del 1656, e ne segnalano la paternità certa grazie a plurimi confronti con la sua produzione matura. È questo il momento in cui il pittore si dedica maggiormente ai temi religiosi, trascurati in gioventù, quando mostra d’interessarsi piuttosto a soggetti mitologici o di storia antica che lo rendano un po’ 'romanizzante' e à la page. Ciononostante, l’atmosfera che caratterizza la nostra tela è ancora quella di un elegante Paesaggio Antiquario – più che di una vera e propria scena di martirio – come già ad esempio per l’aulico Tobia seppellisce i morti realizzato su una grande lastra di rame e oggi in collezione privata francese, che in qualche modo inaugura la fase matura intorno al 1650. Per il tono didascalico e narrativo, come per il fondale architettonico e paesaggistico che lo contraddistingue, il Martirio di Santo Stefano qui discusso si apparenta ad opere significative per comprenderne il percorso negli anni 1660-1670 quali il Cristo alla Piscina Probatica di collezione privata romana, il Trionfo di David, l’Ingresso di Cristo a Gerusalemme o Cristo e l’Adultera datato sull’arcata 1667, tutti quadri realizzati a Napoli quando Andrea era ormai un’artista affermato, potendo anche contare su una carriera lunga e una straordinaria longevità . Le vivaci figurette che assistono al martirio e animano la scena, infatti, caratterizzate da espressioni eloquenti e descrittive, sono affini, tanto nella vivacità quanto nelle gestualità e nelle fisionomie, ai personaggi che assistono all’entrata del Messia nell’Ingresso a Gerusalemme, come alle figure di sfondo illustrate nella grande tela con la Piscina Probatica (Di Penta 2017, cat. Q.74). Fortissime analogie si osservano anche con tele leggermente più avanzate quali La Visione dell’Imperatore Augusto e soprattutto l’Adorazione dei Pastori già presso Porcini a Napoli, in cui il secondo piano è animato da personaggi realizzati esattamente con lo stesso trattamento pittorico che qui osserviamo e che vanno ad integrare con episodi aneddotici e narrativi la scena sacra che si svolge in primo piano. Il modo di descrivere gli alberi e l’atmosfera del cielo sono anch’essi affini a quelli che corredano la nostra tela, come già in molte altre opere dell’artista nel corso di tutta la sua produzione, tanto da costituire una fra le cifre più tipiche della sua maniera. La commistione tra il tono aulico reso dalla grandiosa scenografia architettonica e una modalità di narrazione più didascalica e popolare, è anch’essa coerente con i modi di Andrea, che frequentemente utilizza questo doppio registro come tratto caratterizzante della sua personalità artistica. La composizione, dispiegata in un luminoso paesaggio connotato da rovine monumentali che conferiscono gravità alla scena sacra, si svolge in una piana ai margini di una città antica, come segnalano le imponenti colonne del tempio dall’attico e un emiciclo che rievoca l’anfiteatro Flavio (Colosseo). E’ Gerusalemme, dove effettivamente il diacono Stefano fu lapidato nel 34 DC, seppur le rovine alludano anche al fatto che la cristianità pose le sue radici sui resti e anzi ridusse essa stessa in frantumi l’Impero Romano e su quei frantumi, a Roma, rifondò quindi un nuovo Regno Eterno, proprio grazie all’azione esemplare dei suoi protomartiri. D’altra parte, l’attività frenetica delle figure di contorno - soldati a cavallo, spettatori e astanti – come la loro concitata gestualità, avvicinano l’immagine alla sensibilità dello spettatore, conferendogli quel sapore di narrazione quotidiana e quasi parodistica che possiamo riconoscere più e più volte nell’opera dell’artista. Il dipinto andrà dunque collocato con certezza nel corpus della sua produzione avanzata, fra il 1665 -1675 ca".