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montelupina e comunque del Valdarno. Un piatto o vassoio databile al 1489-1492, conservato al Museo Archeologico della Ceramica di Montelupo, è un chiaro esempio di decoro in cui già si nota come la sostituzione del lustro spagnolo con i tratti in manganese e lumeggiature arancio, pur risultando efficace, non raggiungesse la profondità del lustro. La stessa tecnica più corriva, ma comunque associata a un medaglione principale con cornice di foggia simile a quella nell’esemplare in esame, si trova in un boccale dello stesso museo. Anche gli orcioli con emblema mercantile probabilmente da farmacia, di cui Berti presenta un esemplare da collezione privata, dimostrano come in questa fase l’invasività del decoro a piccole foglie prevalga ancora sull’emblema. Gli esempi ci fanno meglio comprendere come il decoro si sia evoluto e diversificato anche in base alle forme. L’albarello in esame era stato associato nelle prime pubblicazioni alla farmacia di Santa Fina, mentre alla luce degli studi attuali pensiamo sia più corretto collocarlo fra le produzioni montelupine classificabili all’interno del gruppo 13.2.2 per l’uso della corona con petali ovoidali arancio e, più in generale, per le modalità stilistiche del tratto pittorico dell’intricata rete del decoro a foglie. L’albarello è stato pubblicato da Cora nel 1973 come opera di area fiorentina; lo studioso lo individua nella collezione Adda di Parigi. Conti lo pubblica nello stesso anno come tipologia fiorentina con ornato italo- moresco e ne segnala la presenza nella collezione Jean-George Rueff, sempre a Parigi. Rackham aveva a sua volta già pubblicato l’albarello come opera fiorentina ascrivibile agli anni 1450-1460, proveniente dalla collezione Adolf von Beckerath.